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Abbiamo passato una settimana a bordo della G...

31 luglio 2014, ore 6:30; a parlare, su canale radio 1.0, è la Med Nove, il supply vessel della Rospo Mare B, una delle tre piattaforme petrolifere di Edison ed Eni 11 miglia al largo di Vasto. La Med Nove sta intercettando un veliero dentro quella che in gergo si chiamerebbe “exclusion zone”, un’area di sicurezza interdetta alla navigazione. È il corrispettivo marinaresco di accompagnare un ospite non gradito all’uscita.

La risposta dal veliero è immediata. Ha la voce del suo capitano, Joel Stewart: «Avete ragione Med Nove, questa zona è pericolosa. Ma per l’ambiente; non vogliamo che l’Adriatico e il clima vengano distrutti dall’uso di fonti fossili. Per questo agiamo pacificamente in rappresentanza di milioni di persone che si oppongono all’attività delle vostre compagnie».

Joel Stewart è il capitano della Rainbow Warrior 3, il veliero in piena exclusion zone, meglio, l’ammiraglia da 57 metri per 855 tonnellate di Greenpeace, nonché terza incarnazione della nave che meglio di ogni altra rappresenta l’associazione ambientalista più nota al mondo, a partire dal suo nome da leggenda indiana. «Verrà un giorno – profetizzavano i nativi Kwaktiutl - in cui uomini di ogni razza si uniranno come guerrieri dell'arcobaleno per lottare contro la distruzione della Terra».

La Rainbow Warrior lotta contro la distruzione della Terra – o per salvaguardare chi ci sta sopra, se preferite un po’ di scetticismo à la George Carlin – dal 1977. Dei due predecessori, uno affondato nel porto di Auckand nel 1985 in un attentato che costò la vita a un attivista e l’altro oggi in servizio come nave ospedale per la ong Friendship, la Rainbow Warrior da cui Stewart protesta ha conservato lo spirito e Dave, il delfino in legno a prua, che si dice contenga lasciti degli equipaggi passati, compreso il testo di When the Ships Come In di Bob Dylan.

Di nuovo, invece, il veliero sfoggia lo stato dell’arte della tecnologia. È il primo costruito su misura per Greenpeace, racconta l’associazione in molti sensi diversi ed è la prova galleggiante di un presente ecosostenibile e hi-tech: pagato 23 milioni di euro attraverso un crowdfundig e varato nel 2011, la sua alberatura A-Frame sostiene 5 vele in dacron a 58 metri d’altezza e permette allo scafo in acciaio di procedere fino a 15 nodi, con un consumo di carburante minimo quando necessario. Anche in quei frangenti, comunque, il main engine, un Caterpillar 3512C da 1425 Kilowatt, e i due propulsori elettrici C18 Acert da 440 subentrano solo in supporto. Lo scafo monta un filtro capace di abbattere i gas di scarico (Exhaust Gas Cleaning System) e due impianti di desalinizzazione che forniscono fino a 25 tonnellate di acqua al giorno, compresa quella bevuta a bordo; due radar e una radio room che consentono connettività costante, nonché un avanguardistico impianto di depurazione per le acque grigie.

Il punto però è un altro. E diventa chiaro anche a Med Nove quando la Rainbow Warrior non è ancora all’orizzonte, ore 7, ma la sua protesta già rimbalza in rete: l’ammiraglia di Greenpeace è una macchina di comunicazione itinerante, attrae l’attenzione, è iperconnessa e capace di raccontarsi in diretta. All’attività ordinaria, il suo equipaggio affianca corsi di addestramento per gestire il rapporto con i media o l’utilizzo dei network: un mix perfetto fra lo spirito hippie che originò Greenpeace nel ‘71 e lo stato dell’arte della comunicazione. «Dove le televisioni non possono, arriviamo noi – spiega Gianluca Morini, marconista dell’associazione da 16 anni, australiano di Gorizia, nonché progettista e responsabile della sala radio - nel 2007 addirittura Cnn e Bbc utilizzarono immagini diffuse in tempo reale proprio da una delle nostre navi in Antartide».

 

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