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Free on Three: il documentario sulla generazi...

Forma d’espressione, mezzo d’aggregazione, strumento di fuga e ritrovo, la mitica tre ruote rivive nella provincia e in un documentario sull’adolescenza.

"Free on three", liberi su tre ruote: gli amici di Wired avevano già parlato del fotografo Mauro Corinti e del suo reportage fotografico, che ora è possibile ammirare nel bel catalogo fotografico curato dalla Around Gallery.

Oggi pubblichiamo un video di approfondimento del reportage di Mauro,che per l’occasione è stato raggiunto al telefono per qualche domanda.

Mauro, di dove sei?

«Ascoli Piceno, Marche. La formazione è iniziata a Roma alla Scuola romana di fotografia e continuata in Messico, dove ho vissuto e fotografato per professione dal 2008 al 2012».

Quante Ape hai incontrato in Messico?

«Diverse, anche se sono un po’ diverse, lì vengono commercializzate quelle prodotte in India. Le usano per il trasporto di persone, come taxi».

Il tuo primo incontro con un’Ape?

«Era quella di mio zio. Dalle mie parti veniva usata principalmente da chi non aveva la patente e da chi non poteva permettersi un’auto».

E in che momento è diventata per te la cartina di tornasole di una generazione?

«Nel momento in cui ho iniziato a scoprire la mia provincia, la periferia. Quella zona tra il rurale e il semi urbano».

Una curiosità: quanto spendono i ragazzi della generazione Ape?

«Siamo intorno a un paio di migliaia di euro per riscattare il mezzo, le modifiche, poi… secondo me un altro paio di migliaia di euro. I ragazzi fanno lavori stagionali per poter investire i soldi nella loro Ape».

Anche i motori sono elaborati?

«Sì sì, anche 150, 180 di cilindrata. Ma questa è una notizia ufficiosa e da loro mai confermata».

Hai guidato una delle Ape che vediamo nel video?

«Ci ho provato, ma sono pericolosissime! E poi facevo fatica a stare nel veicolo, sono alto 1 metro e 85. Che poi, andare non è difficile, è difficile frenare!»

Non posso non segnalare che sul tuo sito web, nella sezione BIO sei ritratto da bambino, con alle spalle proprio un’Ape. Coinci-denza?

«È quella l’Ape di mio zio! E in realtà in quella foto io non sono il bambino, io sono quello nel pancione di mia madre che vedete sulla sinistra. Insomma, ho rispettato la regola di Ugo Mulas secondo cui il fotografo non deve mai comparire nell’immagine».

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