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Guarda Teacher of Algorithms, il maestro di e...

Quanto sono smart gli oggetti che ci circondano? Potrebbero esserlo ancora di più?

Simone Rebaudengo si interroga su questo tema con il corto 'Teacher of Algorithms' (e non solo).
Abbiamo chiesto all'interaction designer italiano di parlarci dell'argomento.

Simone da dove vieni, dove vivi oggi e cosa fai?

«Sono nato a Torino e negli ultimi anni ho girato un po' l'Europa prima di arrivare a Shanghai dove vivo adesso. Di giorno lavoro per frog che è una "design consultancy" e di notte penso a futuri un po' piu' critici. Progetto oggetti che vengono da futuri vicini e plausibili ma che aiutano a porsi domande sulle implicazioni di alcune tecnologie o trend che abbiamo oggi. Mi piace vivere a meta' tra il design e la fiction».

Cosa fa un interaction designer?

«Un sacco di cose diverse. Da semplici applicazioni a oggetti connessi. Alcuni ora cercano di spiegare quello che facciamo con il termine User Experience (UX) , ma spesso viene solo legato al mondo del web e mobile. A volte lavori con bottoni fatti di pixel altre volte sono manopole vere e proprie, ma per me è lo stesso».

Qualche dettaglio in più?

«Quello che progetta un interaction designer è l'esperienza di una persona e il rapporto che avranno con un prodotto, digitale o fisico che sia. Come un interfaccia viene interpretata e usata, e come un oggetto risponde a quello che fai e come qualcuno naviga mentalmente nell'utilizzarlo. Un po' come un architetto disegna una pianta di una casa con certi flussi e esperienze in mente, noi facciamo lo stesso ma con 'spazi' digitali e modelli mentali».

Ti chiedo di scommettere su 3 grandi aree di impresa per i prossimi 50 anni. Su cosa scommetti?

«Non voglio dire Internet of things ma è comunque qualcosa che succederà e diventerà normale come è stato per l'elettricità nei prossimi 10 anni, quindi dico le batterie o un modo per non usarle perchè qualcuno dovrà risolvere un sacco di problemi che deriveranno dal fatto che controlleremo tutto da meccanismi non meccanici o iPhone che anche nel futuro saranno scarichi nel momento sbagliato».

Altre visioni?

«Visto che non credo che riusciremo mai a cambiare il sistema di valori legato al consumo, spero in qualche nano o bio tecnologia che riesca a fare qualcosa di interessante con tutta la plastica buttata che abbiamo nel mondo.
Infine i pomodori perché vivendo fuori dall'italia non ho ancora trovato dei pomodori decenti e credo che il mondo - e io soprattutto - ne abbia molto bisogno».

Come nasce il corto Teacher of Algorithms? In quanto tempo l'hai realizzato?

«Sono stato contattato da ThingThank, che è un gruppo di ricerca sull'internet of things e affini, per creare una visione sul futuro che deriva dall'avere un sacco di cose intelligenti attorno. L'idea della storia nasce un po' dal fatto che vivo a Shanghai dove si vede ancora per strada un sacco di conoscenza degli oggetti, persone che sventrano computer e elettrosomestici, che possono ancora domarli in qualche modo.

Raccontaci la tua idea del corto.

«C'è questo credo e speranza nel fatto che gli oggetti imparino le nostre routine per adattarsi meglio alla nostra vita e fondamentalmente sembrare più intelligenti, ma essendo le persone molto complesse e contraddittorie nelle nostre stesse abitudini la cosa è molto complessa.
Quindi ho immaginato la situazione in cui uno si accorge che un oggetto che ha comprato stia imparando male oppure che uno non abbia alcuna voglia di aspettare che un oggetto abbia questo momento di assestamento e voglia solo che funzioni nel modo migliore. Quindi un po' come succede per il mio cane, magari ci sarà bisogno di qualcuno che insegni agli oggetti al nostro posto.
Il tutto è stato girato in un giorno e mezzo tra le vie della città vecchia e gli spazi dello Xinchejian, che è uno degli hackerspace locali».

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