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in riproduzione

Guarda cosa succede quando la mitologia antic...

Un reticolato quasi informe si muove per dare vita a una figura umana, femminile, e trasmettere grazia in una metamorfosi che parte dall’astratto e arriva alla bellezza.

È 'Ishtar', l’ultima opera d’arte grafica dell’italiana (ora a Londra) Marta Di Francesco, atta a celebrare il punto di contatto tra la mitologia antica e la ricerca di una nuova estetica digitale.

Il titolo si rifà alla figura della dea della notte della mitologia assira e la clip racconta la sua storia mentre scende nel mondo degli Inferi per salvare l’amato. “Ho voluto usare questa simbologia perché mi piaceva l’idea della donna forte, una sorta di Giovanna D’Arco digitale”, ci racconta Di Francesco: “Da qui è partita la ricerca estetica dei colori: il blu, il nero e l’oro, quelli tipici della cultura assira”.

Ma perché tradurre in un’opera tecnologica una storia della mitologia antica, qual è il punto di contatto tra le due cose?

“Spesso questa tecnica visiva viene usata con freddezza, senza che ci sia una storia dietro”, va avanti l’artista, “io ho cercato invece di raccontare proprio una storia, ma in modo completamente nuovo”. Ecco svelato il segreto di questa tensione estremamente voluta tra antico e molto innovativo: il significato è che, in fondo, le esperienze umane, le emozioni (come in questo caso l’amore) sono sempre le stesse, solo cambia continuamente il modo di raccontarle. “Se migliaia di anni fa avevamo le storie scritte attraverso i geroglifici oppure scolpite su una colonna, ora abbiamo altri strumenti”, spiega Di Francesco, “le storie non cambiano, cambia la nostra tecnica per lo storytelling”.

Per quanto riguarda la tecnica di realizzazione del video, che ha richiesto quasi quattro mesi solo per la postproduzione, l’autrice ci racconta di aver impiegato un software nuovissimo e ancora non molto semplice da manipolare, disponibile in open source: “Grazie a questo strumento e la qualità geometrica che garantisce, è stato possibile realizzare il prodotto come se si trattasse di una scultura, più che di un video, girando tutto attorno al soggetto: è per questo che, guardandolo, si ha la sensazione di un continuo, come se stessimo seguendo il filo di un’unica matassa”.

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