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La strada di casa: quando la fuga di cervelli...

Una laurea e via, fuori dall’Italia. A volte, però, si innesca l’effetto boomerang. In numeri: dei 14.000 italiani che, conquistato il pezzo di carta emigrano per lavoro, ricerca, disperazione, curiosità, imposizione, carriera, necessità e - nella maggior parte dei casi - virtù, un terzo fa ritorno in patria. Goffredo d’Onofrio e Carolina Lucchesini, telecamera alla mano, hanno deciso di raccontare il percorso geografico e umano di tre italiani che da Torino a Napoli, passando per Stoccolma, hanno deciso di sfidare le statistiche e costruirsi un futuro nel Belpaese. Il documentario "La strada di casa" ha appena illuminato le sale del festival 'Lavori in corto' di Torino, abbiamo dunque approfittato dell’occasione per fare qualche domanda a Goffredo e Carolina, che hanno regalato a Wired un montaggio esclusivo tratto dal loro documentario.

Come si è concluso Lavori in corto? Avete vinto?

Abbiamo partecipato alla serata finale al Cinema Massimo, a Torino. Non abbiamo vinto ma, mai quanto in questo caso, è stato importante poter partecipare. Non solo per il fascino del grande schermo ma anche, e soprattutto, per l’urgenza che sentiamo di raccontare queste storie.

Quanto tempo avete dedicato al vostro corto?

Le riprese sono durate circa un mese. Prima c’è stata una ricerca sul web, che ci ha portati al blog #cervellidiritorno e a tutta la rete che sta intorno a questo tema. E poi siamo partiti. Torino, Napoli e Stoccolma. Esattamente in quest’ordine.

Quante persone avete contattato e che idea vi siete fatti di chi ripercorre "la strada verso casa"?

Esiste un network incredibile tra le persone che vivono all’estero, tra i cosiddetti “cervelli in fuga”. La maggior parte di loro vive lo stare all’estero, oltre che con una profonda nostalgia, anche come un momento di impegno forte affinché le cose in Italia cambino. Per, chissà, poter tornare un giorno. L’elemento interessante è che tra chi espatria e chi torna esiste una rete di solidarietà e condivisione sempre più forte. Per questo, grazie a blog come "Cervelli di ritorno"  siamo venuti a conoscenza di tantissime storie di ritorni. Storie che ci sarebbe piaciuto raccontare tutte, nella loro interezza, nella loro bellezza. Abbiamo scelto queste tre perché ci sono sembrate le più universali. Il ricercatore pluri-laureato che torna in Italia per collaborare con delle officine popolari, il ragazzo innamorato della propria città che torna da Londra per valorizzare il patrimonio artistico e culturale di Napoli, in un quartiere come quello del Rione Sanità, e la giornalista che studia il fenomeno, anche lei ex cervello in fuga, ora pronta a ritrovare la propria strada di casa. Quello che ci ha sorpreso dei #cervellidiritorno è l’enorme volontà di poter fare rete con la propria comunità, il desiderio di essere locali – quindi italiani – ma senza dimenticare l’approccio cosmopolita che hanno acquisito durante la permanenza all’estero. È questa, solo questa, l’Italia di domani: un Paese che ha la forza di riattrarre chi vive all’estero per poter utilizzare, senza umiliare, le conoscenze e le competenze acquisite fuori per la propria città, per il proprio territorio.

Un aneddoto dalla lavorazione del corto?

Il ricordo più bello è stato il bisogno di realtà di Vincenzo, il ragazzo che da Londra decide di tornare nel suo Rione Sanità a Napoli per collaborare con la cooperativa La Paranza, che gestisce le Catacombe di San Gennaro (e che vedete anche in questo estratto). “Molti giornalisti vogliono farmi dire che prima di fare questo lavoro nelle catacombe spacciavo la droga. Ma non è così. Sono stufo di questi stereotipi per cui tutti i giovani della mia età spacciano, solo perché vivono nel Rione Sanità”. Ci ha fatto ridere. E anche riflettere, molto.

Come avete affrontato i costi di realizzazione del corto? Crowdfunding? DIY?

Per il momento ci siamo autofinanziati. Ci piacerebbe, per il futuro, dare luogo a una carovana che attraversi l’Italia per raccogliere le storie dei ritorni, attivando una campagna di crowdfunding e mobilitando anche i cervelli in fuga per produrre un racconto che sia il più collettivo possibile.

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