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Lorenzo Bianchini: “Ecco come trasformo la ...

Tre ragazzi portano due straniere nelle campagne romane per un rave che non c’è. Presto la baldoria si trasforma in un incubo di sevizie e abusi, mentre nell’ombra qualcuno li osserva per trasformare la nottata in un bagno di sangue. È la trama di "Morituris", horror “vietato a tutti” (e censurato) nel 2011 ma distribuito all’estero. A giugno il dvd arriva in Italia: l’horror è tornato.

«L’idea era di ispirarsi al massacro del Circeo», spiega il regista trentenne romano, Raffaele Picchio, «e mescolare la cronaca alla fantasia dei gladiatori, per creare un horror tipicamente italiano. Trovo davvero vergognosa e ipocrita la censura». Così l’exploitation, a base di sesso e violenza, diventa di gran moda quando è promossa da Tarantino, Rodriguez o Eli Roth, ma non se il regista è italiano.
Picchio è uno degli esponenti del nuovo horror nostrano: un cinema rinato da qualche anno, che gira i festival, ha successo fuori dai nostri confini, ma in Italia sul grande schermo non arriva (quasi) mai. La rinascita, seppure underground, omaggia la tradizione mai dimenticata degli anni ’60, ’70 e ’80, con i vari maestri come Deodato, Fulci, Argento, Bava. «Quel cinema spesso era derivativo», dice Federico Greco, 44 anni, romano, autore di "Il mistero di Lovecraft" e del corto "Nuit Americhén" con Gianmarco Tognazzi, «perché magari inventava sequel spuri di "Alien", ma in Italia usciva, mentre oggi si pensa al mercato estero, e infatti quasi sempre si gira in inglese, perché da noi l’horror è considerato un prodotto di serie B».
«Anche il nostro è un cinema artigianale» spiega Ivan Zuccon, «e certo ci accomuna l’inventiva dovuta alla scarsa disponibilità di mezzi». Ferrarese, 42 anni, Zuccon è con Greco uno dei veterani, e si è fatto apprezzare per film come "L’altrove" e "Colour from the Dark" ispirati ai racconti di Lovecraft, prima del suo recente "Wrath of the Crows", ambientato in una prigione dove avviene ogni sorta di nefandezze. La pellicola ha avuto l’anteprima in un cinema di Hollywood, perché anche lui coproduce e distribuisce con gli americani. «Oggi però la tecnologia digitale rende possibile a chiunque girare un film. La produzione è aumentata, com’era prevedibile, ma la qualità media si è abbassata, anche se qualche nuovo talento continua a emergere».
Se si guarda al numero di registi horror, la scena nazionale è sicuramente affollata, ma sono pochi quelli che hanno successo. Tra gli happy few ci sono Marco Ristori, 32 anni, di Empoli, e Luca Boni, 35, di Reggio Emilia, che con "Eaters" hanno attratto l’attenzione del tedesco Uwe Boll, considerato “il peggior regista del mondo”, ma innegabilmente una volpe negli affari. «È lui che ha prodotto e distribuito "Zombie Massacre"», racconta Ristori. «E anche se il film non è eccezionale, ha venduto in tutto il mondo». Forse perché i morti viventi interessano gli spettatori a ogni latitudine.
«I Paesi chiave per avere successo», affermano tutti e tre, «sono Germania e Stati Uniti», ma spesso gli horror che da noi non trovano spazio sono distribuiti anche in trenta o quaranta nazioni, talvolta anche al cinema. Considerati i budget di partenza, rifarsi delle spese non è impossibile: «Quando abbiamo cominciato giravamo con pochi spiccioli», dice Ristori, «e "Morning Star", il nostro ultimo film, un fantasy dell’orrore più ambizioso, sarà costato duecentomila euro». I soldi sono sempre un problema e infatti c’è chi come Greco sta supervisionando il film collettivo "Quilty", storia di un provino per un regista misterioso, col sistema definito “The Coproducers”, in cui si lavora gratis in cambio di una quota dei diritti del film.
Un altro nome affermato che è spesso costretto a progetti low cost è Lorenzo Bianchini, 45 anni, di Udine, assistente didattico che nei suoi exploit da regista si distingue per il forte radicamento al territorio: ha girato il suo primo film, Radice quadrata di tre, in furlan, e il recente Oltre il guado è ambientato nella parte abbandonata del paesino friulano di Topolò.
I suoi film di atmosfera sono l’antitesi del cinema teatrale, barocco, ricco di effetti di Domiziano Cristopharo, 40 anni, romano che ha esordito negli Stati Uniti («Perché qui nessuno era interessato, lì mi hanno risposto in due mesi») con "House of Flesh Mannequins", per poi girare "Red Krokodil" sulla droga che causa necrosi dei tessuti. Il terzo film, ultimato da poco, è "Doll Syndrome". «Non definirei i miei film horror, io racconto storie drammatiche e non uso colpi di scena», spiega. Ma l’erotismo e certi effetti da grand guignol lo rendono uno dei nomi popolari tra i fan del genere. Il problema però è che si tratta pur sempre di una nicchia: se si eccettuano alcuni casi, come quello di Distribuzione Indipendente che promuove alcuni film in un ristretto circuito di sale off, questo cinema rischia di rendere i suoi autori più popolari all’estero che in Italia. «Sarebbe bello parlare di rinascita dell’horror», dice Bianchini, «ma ormai lo sento dire ogni volta che esce un film che ha un certo successo».

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