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'Veloce come il vento': incontriamo Stefano A...

CINEMA | 4 APRIL 2016

'Veloce come il vento': incontriamo Stefano Accorsi, Matilda De Angelis e il regista Matteo Rovere

Ultimamente il cinema italiano se la passa piuttosto bene. Escono film interessanti che, cosa rara, mettono d'accordo il pubblico e la critica: è capitato con 'Perfetti Sconosciuti' di Paolo Genovese, poi c'è stato 'Lo chiamavano Jeeg Robot', il cinecomic all'italiana di Gabriele Mainetti che grazie al passaparola è diventato un cult. Il 7 aprile uscirà nelle sale 'VELOCE COME IL VENTO' del 34enne Matteo Rovere, che, ne siamo sicuri, farà parlare di sé. Il film, ambientato nel mondo delle corse GT, è ottimamente interpretato da Stefano Accorsi - quasi irriconoscibile nel ruolo dell'ex campione di rally tossicodipendente Loris De Martino - e dalla bravissima esordiente Matilda De Angelis - nella parte di Giulia, sorella di Loris e pilota di auto da corsa. Al centro del film, tanta adrenalina ma soprattutto i rapporti familiari tra fratelli.

Di seguito l'intervista al regista e agli interpreti:

E’ vero che il film è nato dall’incontro con un anziano meccanico che era uno ‘storyteller’?
Matteo Rovere: Il film nasce dall'incontro un po' casuale con questo meccanico che si chiamava – perché purtroppo oggi non c'è più – Antonio Dentini, ed era uno di quei personaggi che, come i nonni, partendo forse da un suo silenzio emotivo - era una di quelle persone difficili da avvicinare - una volta che dava l'accesso alla sua memoria, e così ha fatto con noi sceneggiatori, raccontava tutta una serie di storie e aneddoti di personaggi legati al mondo del motorsport, delle macchine da corsa, delle auto sportive in Italia, che chiaramente è un incredibile luogo di storie familiari.
Da qui è nato il racconto di questi due fratelli, Giulia e Loris De Martino, lui ex campione di rally, lei pilota donna nel campionato GT che si ritrovano insieme, uniti da questa grande sfida, per cercare di risolvere i loro problemi, sia pratici che soprattutto emotivi.
Come mai la scelta di una giovane protagonista femminile?
Mi piace molto quando il cinema mette al centro personaggi femminili, perché molto spesso sono i ruoli maschili a guidare le storie, quindi drammaturgicamente è bello, affascinante e forse anche più interessante avere al centro della storia una ragazza, con la sua sensibilità e con il suo approccio, secondo me diverso e più personale rispetto a quello di un uomo.
Soprattutto ci sono nel mondo reale, nelle storie che abbiamo raccolto, tante pilota donne che corrono contro gli uomini, che sono esattamente veloci come loro, e che vincono gare contro gli uomini. Certo a volte sono un po' additate e un po' isolate, perché essere sconfitti in una gara di corse automobilistiche da una donna probabilmente non è il massimo per un uomo. Invece loro sono agili, leggerissime, si preparano bene, e guidano le macchine in modo estremamente veloce.
C’è nel giovane cinema italiano il desiderio di raccontare storie diverse?
Mi piace provare a fare un cinema che io stesso – adesso ho 34 anni – avrei voglia di vedere – e a essere sincero mi annoia un po' il cinema italiano sempre uguale, che non si sa rinnovare. Mi interessava l'idea di una storia che avesse qualità, fosse scritta con cura, ma che avesse allo stesso tempo la caratteristica di divertire lo spettatore, intrattenerlo con scene d'azione, adrenalina, e con tutta una serie di caratteristiche che riconduciamo un po' semplicisticamente al genere, e è invece una chiave d'accesso per regalare allo spettatore due ore di puro divertimento e lasciargli magari anche qualche cosa che significhi per lui.
Com’è stato girare un action movie con un budget non americano?
Forse è vero che il nostro budget non è americano ma noi abbiamo qualcosa che gli americani non hanno, che sono le auto più veloci del mondo, le piste più incredibili, Imola, il Mugello, Vallelunga, Monza e sopratutto gli stuntman e i piloti più esperti del Pianeta. E averli sfidati, avergli detto 'Siete pronti a far vedere quanto valete?' è stato l'effetto speciale più importante che potevo trovare.
E’ vero che tutte le scene di guida del film sono reali?
Sì, tutte le scene sono state girate dal vero e dal vivo, anche se è chiaro che i protagonisti a volte sono stati sostituiti da piloti professionisti. Per esempio nella sequenza dell'inseguimento nel centro cittadino, che è un po' ispirata alla famosa sequenza delle Audi F4 di ‘Ronin’, che è un film francese a cui sono molto affezionato. Mi sono detto 'Cavolo, c'è riuscito un regista che eufemisticamente possiamo definire nella terza età, e non ci riesco io che ho 30 anni?’ E’ molto bello anche sfidare gli attori a mettersi in situazioni di pericolo e estreme. In questo senso il film non ha paura di essere confrontato con i vari ‘Fast and Furious’ e quel genere di cinema action, perché unisce a quel tipo di racconto estetico, che diverte lo spettatore, una storia più significativa, che era poi quella che io volevo davvero raccontare.
C’è stato bisogno di una lunga preparazione per gli attori?
Per quanto riguarda Matilda De Angelis, che nel film interpreta la pilota di auto da corsa, diciamo che lei prima di iniziare le riprese non aveva neanche la patente! Aveva appena compiuto 18 anni, e ha fatto un rapido training, dimostrando che anche le donne col volante, al di là dei cliché, ci sanno fare. Qua parliamo di donne al volante che picchiano duro!

Matilda, è stato più divertente o più faticoso girare questo film?
Devo dire entrambe le cose. Per me è stato particolare entrare allo stesso tempo in due ambienti che non conoscevo assolutamente: da totale esordiente nel mondo del cinema e da totale ‘ignorante’ nel mondo delle auto da corsa. Ignorante nel senso che non conoscevo quel mondo e che non avevo le competenze tecniche. Faticoso sicuramente, sia fisicamente che psicologicamente, mi sentivo una grande responsabilità che era però anche un motivo di orgoglio, interpretare un personaggio femminile così forte, così vibrante, così determinato e indipendente. D’altra parte è stato anche e soprattutto molto divertente.

Stefano, il personaggio di Loris ha richiesto una doppia preparazione?
Effettivamente Loris è un personaggio estremamente contradditorio, perché prepararsi per essere uno sportivo e un tossicodipendente sono due cose proprio in antitesi. Abbiamo lavorato a 360 gradi, dalla preparazione fisica - la perdita di peso, il trucco, i capelli, i tatuaggi - alla documentazione, incontrando alcune persone adulte che hanno ancora oggi problemi di tossicodipendenza, che sono dei sopravvissuti, se uno ci pensa. E poi tutta la parte di preparazione rispetto a essere uno sportivo, un pilota, un ex campione di rally. Quindi siamo partiti costruendo e allo stesso tempo distruggendo, però ho cercato di fare un lavoro molto specifico. Non ci bastava mettere in scena la tossicodipenza così come non ci bastava mettere in scena uno che appena lo spettatore lo vede dice: 'Vedrai che alla fine corre'. Abbiamo costruito per distruggere, lavorando molto sulle fragilità di Loris, sul suo essere indifeso, vulnerabile, e poi calandolo di nuovo in questo contesto familiare. I rapporti familiari sono il vero grande motore di questo film. Per quanto ci siano le corse Gt e siano tutte risprese dal vero, il vero cuore pulsante è proprio la famiglia, sono i rapporti tra Giulia e Loris, questo ricongiungersi fra persone così diverse, che però hanno lo stesso sangue. E’ questa la vera forza emotiva del film.

Matilda, c’è qualche aspetto di Giulia De Martino che riconosci come tuo?
Credo, senza essere troppo autoreferenziale, di essere una persona abbastanza determinata. Quando ho un obiettivo lo voglio raggiungere, non è detto che poi lo raggiungo, però mi ci impegno, fino in fondo, do il massimo, sempre, sono sempre molto autocritica e puntigliosa. Anche Giulia è una perfezionista e sì, io le assomiglio in parte. Certo io ho una scala di valori molto diversa e non vivo quella sua situazione così tragica, però è un personaggio che ho amato molto. Dal primo momento mi ha appassionato questa ragazza con le fragilità tipiche della sua età e dall'altra parte questa grande forza che lei tirava fuori sempre da disperata vera. Lei come suo fratello sono due disperati veri, quelli che avendo già perso tutto non hanno più nulla da perdere, e il bello di questi personaggi è che sono attaccati con le unghie e coi denti alla vita.

Stefano, che cosa ti ha fatto decidere di accettare il ruolo?
Sicuramente il copione, è raro leggere un copione così, per qualità di scrittura e anche per il mondo e i personaggi che racconta. Quando capita un copione così e soprattutto incontri il regista e ti rendi conto che è ultramotivato a farne un film importante e senza compromessi, io penso che un attore faccia salti di gioia. Quindi l'ho accettato per questi motivi, anche perché poi il produttore è Domenico Procacci, lo stesso produttore di ‘Radiofreccia’, ‘L'ultimo bacio’, ed è stato lui il primo a farmi leggere il copione dicendo: ‘Secondo me c'è qualcosa che rieccheggia rispetto ad altre cose che abbiamo fatto’. Pensava a ‘Radiofreccia’. Quindi anche per una componenete romantica. Però un personaggio del genere lo interpreti solo se dietro la macchina da presa hai un regista di cui ti fidi al 200 per cento. E questo è il rapporto che si è creato con Matteo: lui è iperesigente, prima di scegliere Matilda ha fatto 500 provini! Questo suo essere regista sempre con un piede dentro ma anche con un piede fuori, che gli permette di avere uno sguardo oggettivo sulle cose, è raro da incontrare.

Che rapporto si è creato tra di voi sul set, un po’ da fratello e sorellina?
Lo diciamo insieme, sì.
Matilda: Si è creata una bella complicità di fratellanza. Ci siamo divertiti, lui mi ha accolta a braccia aperte, mi ha sempre sostenuta, mi ha anche aiutata in tutto questo percorso, per me nuovo e inaspettato, è stato un grande maestro.
Stefano: Prima di metterci a piangere volevo dire che è facile accogliere una persona come te. E' vero!

Avete giocato in casa, per i luoghi e per la ‘lingua’…
Stefano Accorsi: Beh sì, quelle sono le nostre radici, siamo tutti e due di Bologna, ed era fondamentale che questo film parlasse questa lingua, questo lo ha detto da subito Matteo, quindi quando hai a che fare con le tue radici c'è qualcosa che rieccheggia in te di molto profondo. C'erano delle cose che magari facevano ridere solo noi, erano dei piccoli codici della nostra terra, e un'altra persona non riesce a capire esattamente cosa sono, però li sente, li avverte. Poi era da molto tempo che non recitavo nella mia lingua, e mi mancava tanto.

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